Tra razzismo e buonismo a due velocità

I cori razzisti del San Siro di ieri sera hanno scandalizzato tutti. Si sono dichiarati indignati tutti i politici, di ogni estrazione e di ogni appartenenza. Le istituzioni hanno alzato un coro di sdegno, il calcio, dalle società ai calciatori, si sono espressi contro ogni forma di razzismo. 

Eppure quello che è successo ieri al San Siro non è altro che una rappresentazione di ciò che cova sotto la cenere di un buonismo insopportabile. Le parole di molti hanno voluto differenziare Napoli come una città dove il razzismo non esiste e dove tutti sono antirazzisti accoglienti e civili. I non napoletani hanno applicato lo stesso ragionamento per tutti gli italiani.

“Quei cori sono solo l’espressione di una sparuta minoranza che mette in imbarazzo l’intero mondo del calcio”, si sono affrettati a ripetere in molti. Ma non è vero. L’idea di “italiani brava gente” è uno di quei luoghi comuni che mette al riparo tutti da un’analisi vera e schietta di ciò che invece scorre nella nostra società.

Un razzismo che per decenni è rimasto nascosto, oggi è stato sdoganato e si mostra in tutta l’atroce banalità di azioni violente che hanno macchiato di sangue anche le strade di Napoli.

Il 23 novembre scorso Amir Gassama, attaccante del Gragnano classe 1999 di origini guineane, è stato aggredito a piazza Carlo III per il solo fatto di essere di colore mentre tornava dall’allenamento. Abraham Narcisse, operatore culturale di 38 anni, è stato aggredito il 2 novembre con spranghe e pugni nel Vasto, quartiere simbolo del fallimento del modello di integrazione napoletana.

Gli aggressori hanno urlato frasi razziste contro gli stranieri mentre si sfogavano sul malcapitato ivoriano. Douyangui Konate, ventiduenne del Mali cuoco e gestore del primo risto-bar gestito da rifugiati e richiedenti asilo di Napoli, è stato colpito da un colpo di fucile all’addome in pieno centro a Corso Umberto. Gli aggressori scappando in macchina hanno urlato offese razziste. Ibrahim Manneh è morto il 10 luglio di peritonite dopo un calvario durato 24 ore nelle quali ha provato in tutti i modi a farsi curare, nell’indifferenza della città, delle forze di polizia e degli operatori sanitari.

Davanti a queste orribili aggressioni la città, le istituzioni, i cittadini hanno preferito girarsi dall’altra parte, hanno fatto finta di niente, hanno continuato a ripetere Napoli è una città antirazzista e hanno riproposto il solito monito “italiani brava gente”.

Che i cori razzisti del San Siro contro il colosso nero della difesa napoletana Kalidou Koulibaly, andati in onda in prima serata in un giorno di calcio che doveva dimostrare che anche in Italia si può vendere il prodotto calcio durante le vacanze natalizie, abbiano fatto gridare allo scandalo è in realtà la riproposizione del buonismo nazionalpopolare che rischia di far calare il silenzio sul rigurgito razzista che invece si agita nella società. 

Un silenzio complice e vigliacco avvolge il razzismo quotidiano, rendendo banale la violenza a sfondo razziale, lasciando che al centro del conflitto sociale si insinui l’appartenenza etnica e culturale. È lo stesso silenzio che avvolge la paura e il dolore dei tanti Amir, Abraham, Douyangui e Ibrahim che quotidianamente subiscono violenze e discriminazioni. Questo silenzio stride con il clamore mediatico che ha sollevato il razzismo del San Siro. Un clamore dovuto al fatto che quei cori nessuno li poteva nascondere e dopo l’applauso di Kalidou nessuno poteva ancora far finta di non aver sentito. 

Oggi, grazie alla fama della vittima, tutti hanno condannato l’aggressione razzista. Condanne e indignazioni tanto urlate quanto buoniste. Ad indignarsi e ad urlare allo scandalo infatti sono stati anche i tanti che nel quotidiano alimentano, per un verso o per l’altro, proprio il razzismo e la violenza.

di Claudio Mazzone

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