Referendum, soffia il vento del Nord

Torna a spirare il vento del Nord. Alle felpe salviniane ha preferito la giacca e la cravatta, ha sostituito la parola secessione con autonomia, ha smesso i panni del celhodurismo per vestire i panni di due governatori che non ricordano neanche lontanamente le canottiere bianche di Bossi o i caschi celtici di Pontida.

Purtroppo però seppur è cambiato il registro la questione di fondo non cambia affatto. Agghindati da uomini delle istituzioni i due governatori leghisti hanno dato un segnale forte e senza precedenti costringendo, ancora una volta, l’intero circo della politica italica a ragionare della “questione settentrionale”.

In un Paese che non ha mai affrontato l’unica questione vera che è quella meridionale, che da secoli vede un’Italia divisa in due con due economie, in due distinte nazioni, torna a farla da padrone sul confronto nazionale la sediziosa e virtuale storia di un Nord che è costretto a mantenere un Sud sguaiato e sfaticato.

Sui referendum si sono pronunciati tutti a cose fatte. Tutti i leader ad osannare la scelta popolare, tutti a leggerci la voglia di maggiore efficienza e autonomia fatta dai cittadini. Nessuno disposto a fare un’analisi seria che possa arginare questo moto pericoloso e dimostrare che la politica non deve solo ascoltare i cittadini ma soprattutto guidare i processi sociali, economici e culturali che si sviluppano nella società.

Il pericolo è questo, che dopo questo referendum il dibattito nazionale sarà condizionato e si tornerà a parlare e ad accapigliarsi sul grado di autonomia da dare alle regioni, di quali altre competenze devolvere a questi enti che si sono dimostrati, dalla Lombardia alla Calabria, dei veri e propri mostri di assegnazione di gestione di fondi, di creazione di consenso e di clientele.

E infatti le Regioni in questi decenni sono state dei veri e propri collettori di interessi. Conta molto più un qualsiasi consigliere di una qualsiasi regione che un deputato o un senatore. A dirlo sono i dati elettorali, gli onorevoli regionali accrescono il loro consenso e giungono ad avere un numero spesso spropositato di voto personali. Eppure le regioni sono gli enti che hanno meno storia e che sono disegnati sui confini interni più labili ed artificiali che esistono nel nostro Paese. Simao la nazione delle tre grandi metropoli e dei microscopici comuni che conservarono ognuno la propria cultura e la propria dignità.

Davanti ad un populismo dilagante che ormai vive e respira in tutti i partiti e che è diventato l’unico mezzo attraverso il quale la politica riesce a parlare ai cittadini, non vi sarà intelligenza e cultura che tenga, l’argomento delle autonomie regionali sarà all’ordine del giorno e nel nord sarà il primo passo per ripetere, ancora una volta i soliti cliché razzisti e allargare ancora di pi quel fossato che nei secoli si è formato tra nord e sud.

A chi dice di voler usare le proprie tasse per il proprio territorio verrebbe da rispondere che a questo punto bisognerebbe ristabilire un’equità di distribuzione del Know how anche umano che il sud dona quotidianamente al nord.

di Claudio Mazzone

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