L’equilibrio fragile del natale napoletano

Nel capolavoro di Edoardo “Natale in casa Cupiello” il padre Luca Cupiello chiedeva con insistenza al figlio Tommasino “o ninnil”: “Te piace o presepe?”. Il figlio con ostinata noncuranza rispondeva convinto “No, nun me piac o presepe“. Eduardo De Filippo con la sua geniale arte, esprimeva in quella commedia la difficoltà di dialogo tra due generazioni, tra due mondi, tra due storie vicine e lontane allo stesso tempo, la difficoltà di tramandare la tradizione e la passione ad una nuova generazione.

Napoli a Natale è soprattutto questo, un equilibrio fragile tra tradizione e modernità, tra passato e presente, tra vecchio e nuovo. Al mondo esistono luoghi che rappresentano il Natale con la loro neve polare e i nomi dei villaggi che evocano la leggenda antica di Santa Claus. Ci sono città che grazie a decenni di propaganda culturale, fatta a suon di film e spot, diventano nel periodo natalizio la scenografia per la magia del Natale occidentale. Una magia tanto effimera da scomparire come appena ci si allontana dai luoghi dello shopping. Ci sono città che diventano il set cinematografico delle luci artistiche e incantate che attirano i turisti. Napoli non ha la neve e il suo sole splende profondo anche a dicembre. La propaganda e i film non le danno spesso lustro, anzi. Napoli non è e non sarà mai la città delle luminarie, perché le sue luci nascono dallo spontaneismo anarchico della sua storia. I balconi si addobbano, i colori mutano in maniera casuale di casa in casa senza alcuna organizzazione, ma la città si accende tutta, da Scampia a Bagnoli, passando per via Petrarca.

Napoli il Natale lo vive come parte di una sua tradizione popolare, come un segno distintivo di un popolo che non si riesce ad omologare e che marca sempre con forza le sue differenze per segnare la sue presenza.

Anche quest’anno le strade si sono riempite di odori, immagini, suoni, colori e luci. Una vera e propria invasione di turisti ha marciato sulla città in cerca di un cliché da fotografare. San Gregorio Armeno e i suoi presepi popolati da personaggi creati con sapienza artigianale che si tramanda di padre in figlio da generazioni, è stata presa d’assedio e camminarci era come farsi trasportare da un fiume in piena. L’abete della Galleria Umberto I come ogni anno ha ospitato i desideri comici e ironici dei napoletani e come ogni anno è stato vandalizzato. I pescivendoli si sono riempiti di capitoni e la città si è stretta attorno alle sue tradizioni. 

Eppure questo Natale hanno prevalso le polemiche. A San Gregorio Armeno ha fatto la sua comparsa la statuina inquietante di Hitler accompagnato da Mussolini, come se avessero a che fare con il presepe o con lo spirito natalizio. L’albero della galleria lo hanno rimesso in piedi i commercianti, come anche le luci nelle strade più commerciali. Anche le recite scolastiche hanno fatto scandalo. Con la scuola De Amicis che ha deciso di far cantare ai suoi alunni ”Bella Ciao” e con un gruppo di genitori che ha reagito intonando “Giovinezza”.

Quell’equilibro fragile tra tradizione e modernità, che Napoli ha sempre mantenuto a Natale, forse quest’anno è saltato. La città vive in un limbo nel quale si riscopre amata dai turisti che la invadono, ma incapace di essere se stessa e accoglierli con efficienza. Incapace di rispettare le sue tradizioni e di aggiornale per trasmettere,e ai nuovi tempi e alle giovani generazioni. Il rischio di una città che ha perso il suo passato e le sue tradizioni è reale e senza passato non si può costruire alcun futuro. È come se quel “nun me piac o presep” rimbombasse oggi con forza tra i vicoli partenopei, purtroppo non c’è nessun Luca Cupiello a rimediare. 

di Claudio Mazzone

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *