Il lavoro uccide

Il lavoro come processo di emancipazione, di identificazione sociale e di partecipazione alla vita economica e politica è scomparso. È stato schiacciato dal capitale in quel conflitto mai sopito che ha cambiato luoghi e mosse ma che rimane sempre lo stesso e che oggi vede, nella modernità dei nostri giorni, un ritorno al passato più buio.

Il capitale, quello che uccide, quello che non riconosce diritti, quello che sfrutta, quello sottopagato, quello che svilisce la dignità dei lavoratori, quello che distrugge le vite rendendole prive di prospettive e di libertà, è invece vivo e vegeto e ci appare in tutta la sua violenza e in tutta la sua brutalità quotidiana nel ridimensionamento delle conquiste dei diritti che i lavoratori hanno ottenuto in decenni di lotte e di rivendicazioni.

Ivan Simon era un carpentiere cinquantenne di Torino. È stato trovato impiccato ad un albero in un parco della città piemontese, tra le mani aveva un biglietto che ci dice molto del mondo del lavoro e della nostra società. “Non vengo pagato e non riesco a mantenere la mia famiglia, preferisco farla finita“. Eppure Ivan risultava, per le belle statistiche ufficiali, tra gli occupati, riempiva quei numeri che tanti sciorinano in campagna elettorale per dire quanto si stia bene e come si stia tornando a crescere. Nelle sue parole, forse più che nel suo gesto estremo, c’è tutta la condanna alla bestialità del sistema che abbiamo messo in piedi in questi anni e che continuiamo, tutti, a non voler vedere e a non voler analizzare.

Carmine Cerillo era un tecnico elettricista di 56 anni, è morto folgorato nella notte tra il 28 ed il 29 marzo a Bologna mentre operava alla manutenzione della rete elettrica di RFI per conto della Sifel.

Lorenzo Mazzoni 25 anni e Nunzio Viola di 53 anni, erano i due operai portuali che hanno perso la vita nel rogo di un container nel porto di Livorno.

Giuseppe Legnani e Giambattista Gatti operai della ECB di Treviglio (Bergamo), una fabbrica di cibo per animali domestici, sono morti in un incendio nella notte, erano due padri.

Le statistiche sulle morti sul lavoro ci danno la dimensione di una strage: 2,6 morti ogni 100 lavoratori. L’osservatorio Indipendente di Bologna riporta numeri tragici, dall’inizio dell’anno sono 151 le vittime, dato superiore alle 113 dello stesso periodo del 2017 che in totale ne fece contare 632.

Una guerra che si consuma nel silenzio assordante della politica istituzionale e nella disattenzione assurda di una sinistra che continua a parlare di poltrone, incapace di ripensare il mondo, inadatta a leggere il conflitto di oggi e a infilarci le mani, i piedi e le menti per riprendere la via delle lotte.

Negli anni abbiamo accettato tutti, sindacati compresi, che la precarietà fosse una legge di natura, abbiamo chinato il capo davanti alla divisione del fronte dei lavoratori, abbiamo assistito inermi alla cancellazione di quel soggetto politico collettivo che in secoli di lotte era stato strutturato e che assicurava un potere contrattuale vero alla forza lavoro nei confronti del capitale. Ci siamo illusi che i padroni non esistevano più, ci siamo fatti abbagliare dalla lucentezza artificiale delle nuove piattaforme, da quel substrato ideologico, tanto falso quanto accattivante, della sharing economy, abbiamo creduto ai guru della new-economy e ai loro dettami senza approfondire e senza capire che stavamo infilando intere generazioni in un contesto invivibile fatto di lavoro sottopagato, gratuito, non garantito, senza diritti, senza orari e senza dignità, nel quale la figura del lavoratore è stata spersonalizzata e mortificata da un’alienazione totale.

Oggi dovremmo raccogliere i cocci, riaprire gli occhi, fare i conti con le responsabilità di aver cancellato una forza che era stata protagonista del cambiamento, dell’innovazione, del progresso economico, sociale e culturale della società a livello globale e che era rappresentata dai lavoratori come soggetto sociale. Oggi quella collettività è squarciata, i lavoratori sono solo individui e come tali sono costretti a confrontarsi con imperi industriali, economici e finanziari. Le loro solitudini hanno permesso al capitale di schiacciare il lavoro, annullando diritti, marginalizzando le lotte, restringendo le libertà, riportando il mondo indietro di secoli.

Nelle parole di Ivan non c’è solo la disperazione c’è l’analisi brutale del nostro contemporaneo, della condizione di essere lavoratore e di non poter garantire la sussistenza della propria famiglia. C’è la vergogna di chi non ce l’ha fatta, c’è il fallimento non di un uomo ma di una società. Nelle storie di Carmine, di Lorenzo, di Nunzio, di Giuseppe, di Giambattista e di tutte le vittime sul lavoro, soprattutto di quelle di cui neanche si conosco i nomi, ci sono tanti, troppi colpevoli, c’è un sistema produttivo capitalistico che ha viaggiato spedito a briglie sciolte nutrendosi dello sfruttamento di parti sempre più grandi di società, aumentando una crescita economica ingiusta e insana e generando povertà e disuguaglianze insopportabili.

Abbiamo assistito ad un’avanzata inarrestabile dell’innovazione tecnologica ma la storia però è sempre la stessa, la conduzione economica dei processi produttivi è ristretta a pochi e questo produce effetti sociali devastanti oggi più di ieri.

Proprio in questo però, in quei devastanti effetti che compromettono l’esistenza di molti, di troppi, che mettono fine alla vita di tante vittime innocenti, possiamo ritrovare il motivo che ci spinge a dover trovare un novo modo di vivere i conflitti a partire dalla riscoperta dei luoghi del lavoro che oggi non sono più solo le fabbriche dove lo scontro si è cristallizzato. I luoghi e gli spazi del lavoro di oggi sono diversi, sono spesso immateriali e proprio la loro individuazione deve essere la partenza per ricostruire un nuovo fronte, un nuovo orizzonte, un nuovo sogno ed una nuova utopia capace di rimettere in moto la collettività di sfruttati che si è ingrossata a dismisura, in una lotta che deve avere la dignità e i diritti come obiettivi principali.

La Sinistra riparta da qui, dal pensiero, dall’azione, dal Lavoro e soprattutto dalla visione di mondo che si vuole costruire, che sia alternativa a questa. Si abbandonino le vecchie nostalgie e le inutili malinconie, si distruggano i vecchi dogmi e i vecchi paradigmi, si ripensino le nuove utopie e le nuove lotte, si ascolti e si vada a discutere.

la situazione di indigenza, di sofferenza e di sfruttamento di intere generazioni richiede idee, proposte, sogni e azioni radicali, non è più il tempo di conservare intatte le storture del capitalismo. Si avverte sempre di più il bisogno di rimettere in moto i pensieri, di riaprire gli occhi, di ricreare connessioni e sinergie tra i più deboli, di combattere le vessazioni e le ingiustizie per ridare una speranza di un mondo diverso rispetto a quello che abbiamo davanti. Solo attraverso scelte di cambiamento radicale dello stato attuale, solo smettendo di accettare proni e silenti questo presente e le sue ingiustizie è possibile rimettere in piedi una tensione verso il futuro che possa permetterci di realizzare un mondo finalmente  senza sfruttati e senza sfruttatori. Solo riscoprendo il valore del lavoro, l’importanza della rappresentanza, la forza dei processi di partecipazione e l’importanza della creazione di soggetti collettivi, è possibile ridare speranza ai molti che si ritrovano in quelle tremende parole di Ivan.

di Claudio Mazzone

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