Il circo della politica in mostra alla Caserma Boscariello di Scampia.

Il sole batte sui palazzi semi cadenti di quella che un tempo era una caserma dell’esercito. Sembra ancora di sentire le voci, le adunate, lo sbattere degli anfibi, eppure a prevalere in una mattina che non sembra affatto autunnale, è un chiacchiericcio soffuso, di quello tipico delle sale dei teatri prima dell’inizio di uno spettacolo mentre tutti sono intenti a mostrarsi, a farsi veder  e a mettersi in vetrina prima di scomparire nel buio della platea.

Dalle mura di cinta si intravedono le vecchie fabbriche di un tempo, con i comignoli inclinati dal vento e bruciati da sole, con le finestre tutte fracassate e con le mura senza intonaco che lasciano nudi i mattoni di tufo. Sono strutture immobili, ancora imponenti e ancora sofferenti che gridano vendetta contro un sistema di sviluppo nuovo che le ha rinchiuse nella preistoria. Davanti a quei mostri enormi ti viene in mente che, mentre in tutto il mondo si è capito che le strutture industriali possono riprendere vita, ritornando ad essere luoghi nei quali fare comunità, qui restano a marcire come cadaveri abbandonati.

Non si vedono e non si sento i Rom che sono stati trasferiti in un’altra ala della struttura da quando il loro campo di Scampia è stato dato alle fiamme e che ora vivono in maniera provvisoria in questa ex caserma in attesa di una sistemazione permanete. Non si vedono e non si sentono perché sono stati nascosti bene, non ci si può confrontare con tale mestizia, la povertà e il disagio non possono essere parte del grande spettacolo circense.

Alla ex caserma Bsocariello di Secondigliano, pronta per essere trasformata in Cittadella dello Sport, l’esercito ha voluto fare le cose in grande e ha montato tende, messo i tappeti rossi e preparato il rinfresco. All’ingresso sono schierate camionette dei carabinieri e della polizia nel raggio di chilometri e per un paio di incroci si incontrano addirittura le pattuglie di vigili urbani. A fare da filtro qualche graduato con il compito di controllare gli avventori e sbattere i tacchi rumorosamente con tanto di saluto.

All’interno si vedono le tute delle fiamme oro, dei carabinieri, degli sportivi e di tutti coloro che vedono davvero nella costruzione di questa struttura sportiva un passo in avanti non solo per lo sport ma per l’intero quartiere. Quelle tutte sono però disorientate e sparpagliate servono per dare un tocco di colore al blu, grigio e verde militare predominanti.

Il primo ad arrivare è il Presidente De Luca che si intrattiene con un gruppo di consiglieri municipali, tutti tirati a lucido. Per loro forse è il giorno buono per finire in tv e poi di fianco a uno famoso come De Luca, e, se proprio non ci riescono a finire in tivù, un selfie da spalmare sui social il Presidente non lo può mica rifiutare.

Poi uno ad uno arrivano tutti o quasi. Deputati, Senatori, ex deputati ed ex senatori, consiglieri regionali, consiglieri comunali, amici, compagni e camerati e tutta una pletora di persone che sono lì solo per farsi vedere. Le scuole e gli atleti ci sono ma ormai gli è stata rubata la scena e l’attenzione di tutti corre altrove.

Quando il ministro più renziano del governo Gentiloni, Luca Lotti, scende dalla sua auto ministeriale, i fotografi mollano De Luca, che stava già parlando da una mezz’ora, e si precipitano ad accerchiare il biondo toscano.

Con aria da rockstar il ministro dello sport urla: “Che fate a fare le foto che già ce le avete le mie” e poi inizia parlare a favore di telecamere. Le frasi gli escono precise e veloci, slogan da campagna elettorale sullo sport, il sociale, le periferie da riportare al centro e…

I politici locali iniziano lo scalpito per entrare in una foto, per mostrarsi in un servizio di uno qualsiasi dei telegiornali locali, per finire su un taccuino di uno qualsiasi dei giornalisti. Pochi istanti e poi si fiondano verso la prima fila della sala, ognuno pronto a lottare per avere il posto più in vista, la sedia più centrale perché sedersi più avanti significa essere più potenti.

Mentre una pletora di uomini in giacca e cravatta e di donne con borse e tacchi, si scatena in una baraonda per la conquista di un posto al sole, le scolaresche vengono fatte accomodare in fondo, gli atleti vengono sparpagliati nelle file centrali e le persone meno importanti vengono abbandonate al loro destino.

A parlare sono Fausto Recchia, Amministratore Delegato di Difesa Servizi S.p.A, Gioacchino Alfano, sottosegretario alla Difesa uomo di NCD, il presidente del Coni Malagò e poi il ministro Luca Lotti. Discorsi simili, elevazione dello sport, impegno per le periferie e riscatto sociale e sportivo di un intero territorio.

Quella prima fila è disegnata male e mentre i bambini della scuola Ilaria Alpi – Carlo Levi, si distraggono e non capiscono bene che senso abbia questa gita mattutina, le facce della prima fila sono concentrate nella ricerca delle foto giusta, sono intente a leggere sugli schermi dei propri cellulari senza neanche seguire cosa succede. In prima fila si vedono persone senza alcuna carica istituzionale, se non quella di familiare di persona potente, intente a mostrarsi e a stiracchiarsi.

Finite le chiacchiere si esce sotto il sole cocente di mezzogiorno per assistere all’abbattimento della prima parete di uno degli edifici da demolire. E si perché ormai non si inaugura più la posa della prima pietra, la politica di oggi festeggia la prima parete buttata giù.

I politici, ancora più distratti perché stanchi, guardano la ruspa che, con un orgoglio che neanche Salvini nel peggior campo rom, comincia il suo lavoro e la polvere inizia ad avvolgere tutti. Il muro si buca, scatta un applauso tanto finto quanto flebile e la manifestazione è finita. La polvere si abbassa e a penzolare, sopra qual buco appena fatto in quella parete, resta un cornicione che non si stacca e con testardaggine oscilla incurante della festa e di come doversi comportare davanti a tanti importanti signori.

In realtà la festa non è finita vi è la parte più profonda, il rinfresco, con gli stessi della prima fila che si lanciano verso i piatti e si scordano dell’aplomb istituzionale. I ragazzi in tuta si organizzano dopo essersi guardati intorno e si dicono con sguardo un po’ stanco: “andiamoci a mangiare una pizza, va”, le scolaresche sono state già spedite a casa, i politici si fermano a cofecchiare un po’, il ministro, il presidente e  Malagò, dopo aver divorato qualcosa, scappano verso lo stadio Collana al Vomero, un altro incontro, altre telecamere, altre dichiarazione, altre prime file turbolente e altre parole al vento.

Lo stato ha vinto anche qui a Scampia”, continua a ripetere qualcuno, ma proprio in mattinata c’è stato un agguato di camorra davanti al carcere di Secondigliano a pochissima distanza dalla ex caserma Boscariello. Lo Stato non ha vinto anzi ha perso come ha perso la politica, applicando un formalismo liturgico degno della peggior monarchia, lasciando che atteggiamenti da rockstar invadessero la dimensione istituzionale, convincendosi che una macchina blu, una poltrona, un vestito elegante e una sedia in prima fila potessero rendere davvero importanti anche i più mediocri.

A rimane a penzolare ieri mattina nella ex caserma Bscariello non è solo quel pezzo di cornicione ma un’intera epoca, fatta di prime file chiuse dentro una bolla che non ha alcun contatto con la realtà, fatta di ultime file che restano lontane dagli obiettivi fotografici, fatta di sfide che neanche sono partite e che già vengono vendute come successi.

di Claudio Mazzone

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